il ciccione
Appena l’ho visto entrare nel corridoio già sapevo che era il mio. Ero seduto sul treno fermo alla stazione di Milano. Nel mio scompartimento, di quelli chiusi, al posto che mi era stato assegnato. Vicino a me, sulla destra, una signora di mezza età di bella presenza, davanti a me tre donne, dai venti ai cinquanta anni, tutte mediamente insignificanti, ottime come compagne di viaggio. Solo il posto alla mia sinistra era libero. Io me lo sentivo, lo presagivo e infatti mi ero premunito: occhiali da sole con lo scompartimento in penombra, cuffie dell’ipod ben piantate nelle orecchie e libro aperto in mano. Più o meno come avere un cartello appeso al collo con scritto: “Non rompetemi i coglioni”. Il giorno prima avevo fatto il viaggio in pullman vicino ad una splendida modella slovacca quindi se quella cosa del karma e del dare e avere ha un fondo di verità non poteva che capitarmi lui. Arriva sbuffando nel corridoio che occupa per tutta la larghezza, ferma i suoi 150 chili abbondanti davanti al mio scompartimento e tira fuori il biglietto. Controlla, ricontrolla e controlla ancora. Ma tanto io lo sapevo già, me la sentivo. Infila il testone nella porta e chiede: chisto è il posto 92? Ovvio che è il posto 92.
Indossava dei pantaloni blu di tela, scarpe da ginnastica nere e una t-shirt rossa della Ferrari ovviamente super aderente . La faccia non era per niente rassicurante. Uno si aspetta che i super ciccioni per via della loro rotondità abbiano una faccia almeno gioviale. Lui no, nonostante fossero arrotondati dal grasso aveva tratti spigolosi, un’espressione dura e cattiva e folti capelli grigi schiacciati sulla testa da un’abbondante quantità di brillantina. Mi son spesso chiesto cosa volesse dire avere gli occhi porcini: dovrebbero dare la sua foto come risposta. Due occhi scuri piccoli e cattivi. Come quelli di un cinghiale incazzato.
Molla le sue valigie sopra la mia testa e la maglietta sale abbondantemente sopra l’ombelico circumnavigando una bella circonferenza di pancia, poi si siede sbuffando nel sedile vicino al mio. Anzi, si siede è inappropriato, diciamo piuttosto che si incastra nel sedile vicino al mio. Il bracciolo dimostra una sorprendente elasticità e si piega pericolosamente verso il mio sedile. Evviva.
A quel punto, tenendo gli occhi fissi sulla mia lettura spero soltanto che sia uno di quelli che dorme per tutto il viaggio e possibilmente senza sbracare sulla mia spalla. Ovviamente non è così.
- Questo treno va a Genova?
Lo sento chiaramente dato che parla, con forte accento calabrese, proprio tra una canzone e l’altra dell’album che stavo ascoltando. E commetto un errore gravissimo. Aspetto qualche frazione di secondo sperando che una delle mia compagne di viaggio risponda ma visto che non lo fanno prendo l’iniziativa io. Lo guardo e scuoto la testa in segno affermativo. Lui mi fissa in silenzio per qualche secondo e poi decide: sarò io il suo interlocutore privilegiato durante il viaggio. Cazzo.
- Tu dov’è che vai?
- Genova – rispondo togliendomi una cuffia dall’orecchio.
Fa un grugnito in segno di approvazione e poi sta in silenzio. Forse non è un chiacchierone, mi illudo, e mi rimetto la cuffia.
- Sei di Genova?
- Scusi? – faccio io sfilandomi di nuovo l’ auricolare
- Sei – di – Ggenova? mi ripete scandendo le parole, raddoppiando la g e aprendo ancora di più la e di Genova, casomai non conoscessi bene la località.
Annuisco con un mezzo sorriso. Emette un altro grugnito di approvazione e tace di nuovo. Faccio per infilarmi di nuovo l’auricolare quando insiste:
- Conosci Salvatore?
- Come?
- Salvatore.
- Salvatore chi?
- Salvatore, l’osteria dietro la stazione.
- Ah… no non ci sono mai stato.
Mi scruta con un po’ di disprezzo.Con un’espressione Che-minchia-ci-vivi-a-fare-a-Genova-se-non-conosci-Salvatore? Poi, bontà sua, decide di istruirmi.
- E’ famoso sai…
- Eh, ci credo ma non frequento spesso i ristoranti.
Annuisce tirando su rumorosamente col naso ma è chiaro che il suo disprezzo per me è aumentato. La sua lezione sulle delizie di Salvatore però non era ancora terminata.
- Io devo andare fino a Nizza ma mica posso stare senza mangiare, allora scendo a Genova e vado da Salvatore che è dietro la stazione e che mi conosce Salvatore. Poi ripiglio il treno dopo e me ne vado fino a Nizza – Mi spiega visibilmente soddisfatto del suo programma
- Capisco.
- Cucina casareccia – insiste roteando al mano come per dire tanta roba - che a me piace la cucina casareccia, che io me ne fotto delle cose strane, casareccia deve essere la cucina: minestre, bistecche, frittate, mica cose.
Annuisco con moderata convinzione. Poi il suo sguardo si illumina e con aria spavalda mi chiede:
- Indovina quante uova mi mangio io?
Sono un po’ spiazzato – Non saprei…
- Di’ un numero.
- Sei? – esagero.
Sbuffa di derisione e poi si batte le mani sulla pancia enorme – Venti, una appresso all’altra!
Devo aver finto un’espressione troppo stupita perché quello insiste.
- E sai quanta pasta mi mangio a pranzo?
Anche qui esagero. Ma non abbastanza – Quattro etti?
Povero scemo che sono, lui quattro etti di pasta se li mangia quando sta male.
- Un chilo. – mi dice avvicinandosi e mettendo la mano a conca a lato della bocca. – E ci faccio scommesse eh… sì sì… mille duemila euro li sul tavolo… che non ci credono che mangio venti uova li davanti a loro… duemila tremila euro così, sul tavolo.
Annuisco con stupore cercando di riportare i miei interventi alla comunicazione strettamente non verbale.
- E sai quanti polli mi mangio?
Cazzo a questo punto la sparo enorme – Cinque?
- No, due – mi corregge visibilmente deluso – ma interi eh? Cosce, petto e tutto -
Non ne dubitavo.
Intanto le altre compagne di viaggio non avevano alzato un secondo lo sguardo dalle loro letture. Maledette! La signora vicino a me era assorbita in modo poco realistico da una introduzione alla psicoanalisi di Freud. Ogni tanto dovrai alzare la testa per riflettere su quello che hai appena letto o no brutta stronza? Non stai mica leggendo un Harmony! Spero che vi venga un torcicollo della madonna a tutte.
Ma il ciccione con la sfera culinaria non aveva esaurito le frecce al proprio arco nel campo della brillante conversazione.
- Bella Genova.
- Già.
- Però… è piena di extracomunitari.
- Non più che in altri posti – minimizzo io.
Cazzo quanto avevo ragione… questi extracomunitari… sono ovunque ormai… ci rubano il lavoro…
- Bestie sono… animali… terroristi, spacciatori, finocchi e puttane, altroché… ma al paese mio, al paese mio ci tagliamo la testa a questi bastardi.
- Beh addirittura… – controbatto molto timidamente cercando di non contrariarlo per non impantanarmi in un discussione che non volevo avere.
- La testa – ripete convinto mimando il gesto dello sgozzamento con il pollice – ci vengono a rubare a noi italiani, altroché… te che fai se ti ruba un marocchino?
- Mah, non saprei non mi è mai successo.
- Eh perché tu abiti nelle ville.
- A dire il vero no.
- Eh no come no, sono tutti ricchi in Liguria, c’hanno le ville! Tu non c’hai le ville?
- No.
- Eh ma quante case hai?
- Una.
Ma mica era convinto.
- Eh ma che… sono tutti ricchi in Liguria, hanno le ville… tutti i milanesi… hanno tutti due tre ville sul mare… sono ricchi in Liguria, i milanesi c’han tutti le ville altroché.
- Beh saranno ricchi i lombardi allora, non i liguri – controbatto con la massima gentilezza di cui sono capace.
Ammutolisce e non capisco perché. Vedo che è impegnato in una riflessione profonda, un dubbio lo attanaglia e non riesce a venirne a capo. Poi decide di chiedere il mio aiuto per risolvere il suo dilemma.
- Ma la Liguria non è più Lombardia?
- …
- …
- No, la Liguria è Liguria.
- Sono due regioni separate?
- Che io sappia…
- Ah.
Il treno si ferma. Pavia. Le tre signore sedute davanti a me si alzano e scendono. E io le odio. Rimaniamo solo io, la signora che finge di leggere Freud e il ciccione.
Intanto il ciccione era assorto nei suoi pensieri. Dopo qualche minuto di riflessione evidentemente tira la sue conclusioni e può riannodare, secondo una logica tutta sua, le fila del discorso.
- Certo che Pavarotti è ricco.
- Come?
- Pavarotti. E’ ricco.
- Immagino di sì.
- No, che immagini, è ricco per davvero… però ha il cancro.
- Poveretto
- E una casa di trentamila metri quadrati.
- Trentamila? Mi sembra un po’ tantino.
- No no, trentamila… c’ha cento guardie nella casa
Ormai annuisco a tutto
- Sì, sì, è ch’ha un supermercato dentro casa.
In effetti in trentamila metri quadrati un supermercato ci entra comodamente
- E c’ha le banche private
- Le banche private?
- Le banche private. – Annuisce impressionato dalle sue stesse parole – E’ ricco eh…-
- Eh già.
- E ha il cancro.
- Che sfortuna.
Tutti e due annuiamo e riflettiamo su quanto sia cinica la vita. O almeno è quello che credo si aspetti che io faccia. Probabilmente lui stava pensando a quanto sarebbe bello avere un supermercato in casa. In ogni caso dopo aver annuito a sufficienza mi guarda negli occhi e ricomincia.
- E anche Schumacher
Ormai conoscevo i suoi collegamenti logici e dato che non mi risultava che Schumacher avesse alcuna grave malattia do’ la risposta giusta:
- Anche lui è ricco.
- Altroché ricco… lo sai quanto è ricco Schumacher?
- Non saprei… tanto immagino.
Tanto era la risposta che si aspettava.
- Tanto… ha cinquanta mila miliardi.
Ormai avevo capito che al ciccione piaceva sparare numeri enormi quindi non me la sono sentita di metterlo in difficoltà chiedendogli se intendesse cinquanta mila miliardi di euro o di lire.
- C’ha gli aerei e gli elicotteri suoi… – e fin li potevo pure dargli ragione ma poi – … e le banche private-
- Pure lui?
Il ciccione annuisce gravemente. Poi si rianima e indicando la maglietta della Ferrari in cui era strizzato mi informa:
- Questa me l’ha data Schumacher
- Ma dai?
- E’ originale sai
- Ah si?
- Sai da che si riconosce che è originale?
Io provo ad indovinare: – Dagli sponsor?
Il ciccione è genuinamente sorpreso che uno che non conosce Salvatore sappia apprezzare queste raffinatezze e quindi decide di mettermi subito alla prova tirandosi su i pantaloni.
- E sai queste scarpe quanto costano?
Mi tengo basso per non fargli dispiacere come coi polli – centocinquanta euro?
-Trecento! -mi dice contento di avermi stupito ancora – ma io le ho pagate cinquanta… conosco gente io…
Soddisfatto si guarda in giro e si accorge che i tre sedili di fronte a lui sono vuoti. Si disincastra dal sedile e si trasferisce sulle poltrone davanti. Prima su due. Poi qualche minuto dopo alza anche l’ultimo bracciolo e si sdraia su tutta la fila come una maya desnuda di un quintale e mezzo. E se non bastasse la leggiadria della visione incomincia a darsi stancamente delle patte sul suo enorme culo. Sciàff…sciàff…sciàff…sciàff. Ma il Signore ascolta le mie preghiere silenziose e manda un miracolo sotto forma di controllore che costringe maya a risedersi. Anche la signora di Freud riesce a staccare gli occhi dal suo cazzo di libro e a muovere il collo per cercare il biglietto. E io che credevo che le si fosse bloccato il suo cazzo di collo.
Il ciccione intanto si assicura con il controllore che il suo piano vada a buon fine.
- Posso scendere a Genova e risalire per Nizza con quello dopo vero?
- No, una volta che ha timbrato ed è salito deve proseguire fino all’arrivo. Grazie, arrivederci – e dopo aver riferito la funesta notizia esce dallo scompartimento mentre la signora si rituffa disperatamente su Freud.
Il ciccione è a bocca aperta, davanti agli occhi vede il suo chilo di pasta e le sue venti uova sulla banchina della stazione di Genova mentre il treno si allontana con lui sopra. E’ sinceramente triste e un po’ lo compatisco. Ma è un attimo. Chiude la bocca e mi guarda risoluto.
- Chemmenefotte, io lo faccio lo stesso…
- Ma si – lo incoraggio io.
- … e poi ci dico che non lo sapevo.
Approvo il suo brillante con un cenno. Lui è di nuovo di buonumore ed è già con la testa alla prossima fermata e a Salvatore. Poi però mi guarda e mi chiede:
- Forse però dovrei cambiarmi la maglietta…
- Ma no, va bene così – dico io, non credo che da Salvatore faranno storie se per una volta non sei in smoking. Ma non avevo colto il suo punto di vista.
- No è che magari con questa maglietta mi fermano per strada che credono che sono uno della Ferrari.
Me lo immagino ai box pronto per il pit-stop ma faccio fatica a infilarlo nella tuta ignifuga – Mah… se crede…
- Si, è meglio che mi cambio.
E qui ho una prontezza di riflessi formidabile. Mi metto subito al mano in tasca e tiro fuori il cellulare assolutamente inerte, lo guardo e rivolto al ciccione ancora seduto gli dico – mi scusi – ed esco dallo scompartimento per spostarmi qualche metro più in la. Compongo il primo numero che trovo, quello di mia sorella. Mentre il cellulare di mia sorella squilla vedo con al coda dell’occhio il ciccione che si alza e tira giù la sua sacca. Lo sapevo.
- Pronto?
- Ciao, sono io, sono sul treno.
Il ciccione fruga nella sacca e tira fuori una camicia a fiori.
- Lo so che sei sul treno.
- Arrivo tra venti minuti.
- E allora? Io non sono neanche a casa.
- Lo so.
- E allora perché mi hai chiamato?
- Credo che un ciccione si stia per spogliare nel mio scompartimento.
- Cazzo… davvero?
- Credo di si
- Vabbè, senti io avrei da fare, devo continuare a parlarti?
- No attacca pure, io farò finta di parlare ancora per un po’.
- Ok buono spettacolo
- Grazie
E poi lo fa, con una mossa maestosa si leva l’attillata maglietta rosso ferrari e ci si asciuga le ascelle, proprio di fronte all’appassionata di psicoanalisi. Ben ti sta stronza. A te e a Freud. Indossata la camicia non può esimersi dal chiedere una parere alla signora che è così costretta finalmente ad alzare gli occhi dal suo cazzo di libro e a diventare la sua nuova vittima. Soddisfatto metto via il cellulare e vado al bagno solo per perdere un po’ di tempo per ritornare poi pochi minuti prima della stazione. Nello scompartimento il ciccione si è messo a mostrare tutte le meraviglie contenute nella sacca alla ormai ex-lettrice di Freud, tra la quali una maglietta dell’Italia campione del mondo con relativi sandali da mare, un telo da spiaggia della ferrari e un cappellino della bmw. Tutti regali di amici. E la lettrice è costretta a commentarli uno per uno e ascoltare le scaltre mosse grazie alle quali ne è venuto in possesso.
Io entro nello scompartimento, recupero le mie poche cose, e uscendo con la valigia saluto sorridente la stronza il mio compagno di viaggio.
- Beh, buon pranzo allora, mi saluti Salvatore.
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- 30 Luglio 2007 / 9:12 pm
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- blablabla, racconto, vita vissuta
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